Trinitapoli, la paradossale morte di un 13enne dopo una partita di pallone. Di chi è la colpa?

16/02/2016 - Ha dell’assurdo quanto accaduto a Trinitapoli, in provincia di Foggia. Un ragazzino di 13 anni muore subito dopo aver giocato una partita di pallone tra amici. La denuncia più eclatante è che la struttura sportiva (gestita da un privato) non era dotata di un defibrillatore.

Sarebbe dovuta essere una semplice partita di calcio della domenica, all’insegna della sana competizione tra amici e soprattutto del divertimento, invece, al termine della stessa, si è palesata la tragedia. Un 13enne del posto, dopo aver salutato i propri genitori al termine della partita, è morto accanto alle docce dello spogliatoio.

La vittima è stata, in un primo momento, assistita dai compagni di calcio, in seguito, dai genitori e dai sanitari del 118, che nulla hanno potuto fare.

Motivo di rabbia, è che in quella struttura sportiva (di proprietà del Comune ma gestita da un privato, ndr), in cui si giocano centinaia di partite, non vi era ombra di un defibrillatore, che, forse, avrebbe salvato la vita al piccolo. Gli addetti ai lavori, però, sostengono che in complessi in cui vi sono competizioni amatoriali, e quindi non agonistiche e/o professionistiche, pare non sia obbligatorio essere dotati di defibrillatori. Non è tutto qui. Oltre il danno, la beffa. Secondo una prima ricostruzione, l’ambulanza allertata immediatamente dai genitori del piccolo non era medicalizzata e sprovvista, anch’essa, di defibrillatore. Una situazione, se confermata, che ha del paradossale e che non gratifica di certo il personale sanitario, se accertata la loro responsabilità. E' vero, il piccolo ha dato cenni di ripresa, rimettendo e riprendendo nuovamente conoscenza, ma poi si è sentito ancora male, perdono ancora una volta i sensi, questa volta definitivamente. Così, è sopraggiunta una seconda ambulanza, stavolta con un medico a bordo e con un defibrillatore, che ha trasportato il 13enne presso l’ospedale di Barletta, ma non c’è stato nulla da fare.

Ora, è previsto per martedì prossimo l’esame autoptico del corpo del piccolo, disposto dalla Procura di Trani, che indaga per omicidio colposo. Infatti, in seguito verrà stabilito se un defibrillatore avesse potuto o meno salvare la vita del ragazzino.

Gli operatori del 118, da par loro, nella persona del presidente dell’Avs, smentiscono che il mezzo soccorritore fosse sprovvisto di defibrillatore, anzi, sostiene che ce ne fossero stati addirittura due, di cui uno usato per rianimare il piccolo.

Negligenza? Incompetenza? Fato? Incuria del gestore del campo? Cosa è successo veramente domenica pomeriggio? Sono tanti i quesiti ancora senza una risposta. Dovrebbe esserci una legge che obblighi anche le strutture cosiddette ‘amatoriali’ ad essere forniti di defibrillatori, nonché obbligare i gestori e/o proprietari di queste a frequentare alcuni corsi per affrontare preparati, se possibile, disgrazie di tal fatta. La triste certezza è che quel ragazzino non potrà più calcare i campi di calcio e non potrà mai più essere abbracciato dai propri genitori.





Questo è un articolo pubblicato il 16-02-2016 alle 17:16 sul giornale del 17 febbraio 2016 - 1454 letture

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